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Eliminare i pensieri: tra credenze e realtà

“Ho tante cose per la testa e mi sento a disagio. Come faccio a eliminare i pensieri?”. Spesso viene consigliato di fare yoga, meditazione o mindfulness.

È possibile eliminare i pensieri?

L’idea che la pratica yogica, la meditazione o la mindfulness possano portare a uno stato di assenza di pensieri è un equivoco.

Il problema non è eliminare i pensieri, pensare è semplicemente quello che fa il cervello, come la funzione del cuore è di pompare il sangue in tutto il corpo. Lo fa in modo automatico e autonomo, non te ne devi preoccupare. È difficile dire con precisione quanti pensieri ha in media una persona ogni giorno. Secondo gli scienziati ne abbiamo circa 60.000, un pensiero al secondo: una enormità! E la cosa ancora più stupefacente è che di questi 60.000 pensieri il 95% sono gli stessi pensieri di ieri, e del giorno prima, e di quello ancora prima. La  mente è come un registratore che ascolta lo stesso disco all’infinito.

E se, come accade di solito, la maggior parte di questi pensieri (circa l’80%) sono negativi – preoccupazioni, rimorsi, giudizi – è come avere una nube tossica che incombe costantemente sulla nostra vita ogni minuto di ogni giorno. Ciononostante la maggior parte di noi tende a credere che pensando di più, prima o poi arriverà a una qualche soluzione, a trovare risposte alle difficoltà della vita per poter vivere felici… anche mentre questa nube tossica ci segue dappertutto. Come pensiamo che possa funzionare? È come la metafora dell’insetto intrappolato nella ragnatela che si dimena per liberarsi, invischiandosi sempre più.

Non è infatti questione di avere o non avere pensieri, ciò che è importante è la relazione che hai con i tuoi pensieri.

Non eliminare i pensieri, elimina l’identificazione

Un modo per imparare a gestire la relazione con i tuoi pensieri (cosa molto diversa del voler eliminare i pensieri) è iniziare un lavoro interiore: notare i pensieri e portare attenzione al respiro, rimanendo presente momento dopo momento. Come si fa nella meditazione o nella mindfulness, ma anche durante la pratica yogica, focalizzati sul respiro e sul movimento del corpo ma non in maniera automatica, presta attenzione a ciò che ti accade momento dopo momento, senza giudicare, senza scegliere un pensiero piuttosto che un altro, senza afferrare o rifiutare nulla.

Se impari a lasciare fluire i pensieri prestando attenzione a ciò che accade, concentrandoti, respirando profondamente o ascoltando l’ambiente intorno a te, i tuoi pensieri diventeranno via via più silenziosi – come una macchina che abbia finito la benzina, i pensieri rallentano e si fermano.

Quasi sempre le difficoltà derivano dell’essere troppo identificati con i propri pensieri, ovvero dell’essere schiavi di una mente che non rallenta mai e a cui diamo potere e valore. A mano a mano che impari a liberarti dalla ragnatela dei pensieri negativi, avverranno cambiamenti radicali nella tua vita: l’essere presenti e consapevoli ha un effetto intrinsecamente equilibrante per il cervello e il  corpo. Insonnia, depressione, attacchi di panico, ansia, insicurezza e scarsa fiducia in sé stessi, senso generale di insoddisfazione, rabbia, preoccupazioni croniche e altre difficoltà, tutti questi stati sembrano diminuire notevolmente di intensità quando si è disposti a disidentificarsi dai propri pensieri. Anche se le condizioni esterne possono non cambiare di molto, cambia il tuo modo di relazionarti ad esse e diventi capace di svincolarti sempre meglio dalla ragnatela dei tuoi pensieri, aumentando così la tua vitalità fisica e mentale.

“La struttura della vostra identificazione vi fa pensare che siete ciò che provate” – Guru Dev Singh

Il significato di “presenza mentale”

La psicologia della presenza mentale è una psicologia semplice. Invece di dedicare tanto tempo ad analizzare ciò che pensi e a pensare come eliminare i pensieri, impegnati a trovare più importante sviluppare le tue capacità di attenzione e a essere presente a ciò che accade momento dopo momento. Con il tempo imparerai a disidentificarti dai tuoi pensieri e dalle tue emozioni, diventando più consapevole di ciò che stai facendo, dicendo e pensando qui e ora. L’accento non è più tanto sul capire o il risolvere i problemi, quanto sull’essere più presenti alla vita così com’è, momento dopo momento, respiro dopo respiro. Si chiama autoregolazione. Con consapevolezza. E responsabilità.

“Quando la mente è in silenzio, il mondo intorno si allinea” – Guru Dev Singh

Lo yoga, la meditazione o la mindfulness possono aiutarti a imparare a tollerare ciò che non ti fa stare bene, per poi capire come gestirlo.

L’utilità della pratica

Durante la pratica generi una maggiore consapevolezza del momento presente, allontanandoti così dai pensieri e dalle emozioni e sviluppando più attenzione e interesse per ciò che accade qui e ora. Nei monasteri buddisti non si insegna a eliminare i pensieri ma a servirsi del respiro per arrestare la dispersione mentale e sviluppare il potere della concentrazione. Il potere della concentrazione è la forza che scaturisce dalla pratica della presenza mentale. Per conservare a lungo la presenza mentale dobbiamo osservare ininterrottamente il nostro respiro. Una volta che modifichi la relazione con i tuoi pensieri e li osservi con gentilezza e curiosità, invece di rifiutarli e cacciarli via, diventeranno sempre meno invadenti e disturbanti.

Non condivido il pensiero di chi propone pratiche che promettono di raggiungere la felicità, sempre e in ogni situazione. Lo trovo noioso e inoltre penso che non funzioni. Ciò che invece è possibile, è acquisire la capacità di gestire consapevolmente emozioni e stati mentali difficili. Quando sono arrabbiata e per nulla amorevole e compassionevole, lo accetto e rimango presente a ciò che c’è; se sono depressa, lo accetto e mi impegno a rimanere presente; poi se sono felice, lo accetto e mi impegno a rimanere presente.

La pratica per me significa sviluppare la capacità di stare con qualsiasi stato interiore sorga, invece di allontanarmene desiderando qualcosa di diverso. Rifiutare ciò che c’è, è il modo più efficace per aumentare la sofferenza. Ciò che non processiamo ritornerà, nella stessa forma o in forme diverse/camuffate, ma ritornerà.

A scanso di equivoci

Si può creare un ulteriore equivoco qui. Rimanere presente a ciò che c’è non significa diventare vittime di sé stessi, accogliere passivamente la sensazione o l’emozione. Significa invece non diventare quella sensazione o quella emozione, significa essere l’oggetto e il soggetto dell’osservazione e non accogliere l’identificazione tra soggetto e oggetto. Ogni sentimento, di compassione o di irritazione che sia, va accolto, riconosciuto e trattato con la maggiore imparzialità possibile, perché tanto l’uno quanto l’altro siamo noi. Non è una cosa facile da farsi, ma è possibile. Occorre esercitarsi, praticare. Non è sufficiente una comprensione esclusivamente mentale, leggendo libri o testi come questo. Questi possono essere una scintilla, possono farti capire in quale direzione andare, ma poi il lavoro lo devi fare tu su e con te stessa, anche magari con una guida di cui ti fidi. È un lavoro interiore bellissimo e che richiede impegno.

“La presenza mentale è “presenza mentale della sensazione nella sensazione, presenza mentale della mente nella mente” – Buddha

Di solito chi pratica yoga, meditazione o mindfulness spera di scoprire la propria natura per ottenere il cosiddetto risveglio, ma l’ideale sarebbe non aspettarsi nulla e sviluppare la capacità di concentrazione, di creazione di uno stato d’animo di tranquillità e di gioia serena per liberarsi dall’ansia e godere di una quiete profonda calmando la mente grazie a un radicato sentire di stabilità interiore. Questo permette di acquisire nuove energie da utilizzare in una prospettiva più ampia e chiara, rafforzare l’amore per te stessa ed essere in grado di interagire in modo armonioso e pacifico con coloro che ti circondano.

In conclusione

Vivi appieno la vita così com’è! Adesso! Invece di cercare sempre di trasformarla in qualcos’altro (vedi: eliminare i pensieri), entraci dentro. Invece di scappare via, impara a stare nel momento presente e ad accettare ciò che si presenti, respiro dopo respiro. Alla fine penso che questo sia un modo autentico di vivere e di trovare la nostra innata felicità. La felicità non intesa come un qualche stato di eccitazione o di esaltazione, ma come il risultato del rimanere radicati in sé, comunque vadano le cose, senza farci sconvolgere dalle emozioni, dalle situazioni e dalle persone. Invece di desiderare qualcosa di diverso da quello che sta accadendo qui e ora, ho scoperto che praticare per essere presente in modo abile a quello che c’è, è il metodo più diretto per coltivare la calma e la felicità. Personalmente la vedo come l’unica soluzione sensata alla natura imprevedibile e spesso difficile incontrollabile dell’esistenza umana: esser-ci piuttosto che essere.

“Quando la mente si libera, il cuore trabocca di compassione: compassione per se stessi, per le infinite sofferenze subite quando la libertà dalle opinioni infondate, dall’odio, dall’ignoranza e dalla rabbia non era ancora possibile; compassione per gli altri perché ancora non sanno vedere, e restano prigionieri delle opinioni infondate, dall’odio e dall’ignoranza continuando a creare sofferenza per sé e per gli altri. Ora si guarda a se stessi e agli altri con gli occhi della compassione, come un santo che ascolta il pianto di tutte le creature dell’universo e che ha la stessa voce di chiunque abbia visto la realtà in perfetta pienezza. (…) Esercitatevi a guardare tutti gli essere con gli occhi della compassione.” – Thich Nhat Hanh, Il Miracolo della Presenza Mentale.  Un manuale di meditazione

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Agiapal Kaur

Vivere gli uni per gli altri nella Grazia è la mia aspirazione.