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Perché inibire le emozioni ci fa ammalare

Perché inibire le emozioni ci fa ammalare? L’inibizione come base dei malesseri psicofisici

Davanti a un evento stressante, intendendo con questo termine un qualsiasi avvenimento che ci attiva o che ci mette in allarme, il nostro organismo ha a disposizione una serie di risposte possibili: l’attacco, la fuga o l’inibizione. 

Intuitivamente, l’attacco si ha quando un essere vivente risponde a uno stimolo attraverso una risposta difensiva attiva, spesso di natura aggressiva; la fuga si ha invece quando si attivano una serie di processi che aumentano la nostra velocità e la ricerca rapida di un rifugio nel momento in cui attaccare risulterebbe controproducente; l’inibizione infine si verifica quando non è possibile né attaccare né fuggire e il corpo di conseguenza attiva una risposta difensiva passiva, ovvero si blocca (finge di essere morto). Quest’ultimo tipo di risposta, definita per l’esattezza come l’inibizione dell’azione, è fondamentale come base per la maggior parte dei disturbi psicosomatici, quei disturbi cioè per i quali non esiste una precisa e chiara causa organica e per cui quindi è possibile ipotizzare un’origine di natura psicologica. 

Due sono aspetti importanti:

  • la correlazione tra inibizione dell’azione e ipercortisolemia, ovvero eccessiva produzione di cortisolo, chiamato non a caso l’ormone dello stress. È il cortisolo infatti il principale neurotrasmettitore responsabile di una serie di reazioni fisiologiche che mandano in tilt il nostro sistema nervoso e di conseguenza, a catena, il nostro intero organismo ha diversi livelli di gravità (deficit immunitari, tumori, malattie autoimmunitarie, sindrome metabolica, artrosi, ipertensione e cardiopatie, gastrite, disturbi del sonno REM, stanchezza, infiammazioni, e molto altro);
  • l’inibizione dell’azione è una condizione vissuta dalla gran parte degli individui (facenti parte soprattutto di culture o società occidentali come la nostra), in particolare in coloro che non hanno vissuto fin da piccoli in un ambiente di pace e accettazione.

Per fare un esempio, prendiamo il bambino che vive una condizione di stress in famiglia, per esempio perché ha un genitore aggressivo. Il bambino non può fuggire di casa, dove mai andrebbe da solo un bambino? Non può però nemmeno intervenire, il genitore è molto più grande e forte di lui. Oltretutto, il genitore è buono a priori per il bambino e lui non vorrebbe mai, in cuor suo, fargli del male attaccandolo. Allora inibisce. Ma non inibisce solo una possibile risposta esterna, inibisce anche le proprie emozioni, attivando delle difese e dei blocchi che sono interni e corporei. Questo avviene perché nel bambino si crea un conflitto interno di natura non solo fisica ma anche psicologica: come si può avere così paura e provare tutta questa rabbia verso una persona a cui si vuole così bene? 

Un nuovo costrutto: l’alessitimia

Il livello emotivo è strettamente connesso al livello nervoso, per cui inibire le proprie emozioni significa portare in tensione il proprio sistema nervoso, attivando tutta una serie di manifestazioni corporee di bassa, media o alta gravità. L’alessitimia è un impoverimento dei processi immaginativi che portano all’incapacità di riconoscere e definire i propri stati interni a cui segue, di norma, una inibizione dell’espressione di qualsiasi emozione. Numerose ricerche hanno messo in luce come inibire le emozioni ci fa ammalare: in particolare la tendenza a reprimere la rabbia è associata a un aumento della vulnerabilità e allo sviluppo di numerosi problemi fisici. Le donne con tumore alla mammella che inibiscono l’espressione delle emozioni negative (come ansia, depressione o collera), per esempio, sono maggiormente esposte alla sofferenza psicologica e a una progressione più veloce della malattia.  

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Cosa puoi fare per te 

Benché le ricerche in ambito psicosomatico siano in continua espansione e ridefinizione, risulta sempre più evidente la necessità di prendersi cura di se a 360 gradi, tenendo conto dello specifico livello di gravità del disturbo fisico e/o psicologico che ti riguarda più da vicino. 

Imparare a riconoscere ed esprimere correttamente le tue emozioni può essere un valido contributo quotidiano e un punto di partenza facilmente accessibile per sostenere la tua salute e il tuo benessere psicofisico. 

A questo scopo voglio proporti un semplice esercizio

Quando hai un momento sereno (anche se ti sembra impossibile cerca di ricavartelo, bastano pochi minuti), prova ad osservare in silenzio il tuo corpo e verifica se riesci a percepire tutte le parti senza escluderne alcuna. 

Prova a rimanere con questo tipo di attenzione per qualche minuto. 

Poi passa a sentire le tue sensazioni interne. 

La mano, come la senti? E la gamba? Il piede, lo senti o non lo senti? Hai questo dolore qui, che sensazione ti crea? 

Infine dedicati alle tue emozioni. Come ti fa sentire il fatto di sentire il petto che si gonfia e si sgonfia? Come ti fa stare il fatto di sentire le gambe molto pesanti o leggere?

Entra nelle tue emozioni sia piacevoli che spiacevoli e poi, terminato l’esercizio, prova a scriverle oppure fai un disegno libero senza curarti se sia bello o brutto, lo vedrai solo tu.

Puoi ripetere questo processo in qualsiasi situazione, soprattutto in quelle per te più difficili da gestire (durante un litigio, quando vieni ripresa a lavoro o davanti a un pensiero molto negativo) e porta attenzione a quello che stai sentendo e a quello che stai provando.

L’ideale sarebbe che ti dedichi questo piccolo prezioso momento ogni giorno per allenarti al riconoscimento sempre più preciso e rapido delle tue emozioni e degli stati corporei ad esse associate, in modo che possano diventarti sempre più familiari e tu possa diventare sempre più capace di ascoltarti, comprenderti e allontanare la confusione mentale e/o emotiva. Inibire le emozioni ci fa ammalare, ma non è necessario.

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Lidia Martinelli

La nostra paura non è quella di essere inadeguati, ma di essere potenti oltre misura. È la nostra luce, non la nostra ombra a spaventarci di più.