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Vestìti di cielo

Vestìti di cielo

Nello yoga, così come in altre discipline spirituali e religiose, si parla spesso di purificarsi, togliersi i veli, spogliarsi del superfluo.

Perché? Perché per raggiungere il samadhi, la felicità o l’unione con Dio è necessario lasciare andare, dis-identificarsi dai ruoli, dai possedimenti, da se stessi.

E, quasi per assurdo, attraverso questi gesti, percorsi, o meglio cammini dell’anima, l’essere in realtà si ritrova, ritrova la sua profonda intimità, serena, pacifica. Ricevendo al di là delle proprie aspettative.

“La pratica e il distacco generano quattro tipi di samadhi: autoanalisi, sintesi, beatitudine ed esperienza dell’essere puro” – I.17 Sutra di Patanjali

Non credo che sia solo un modo affascinante di descrivere il senso della vita e sentire di avere uno scopo, per chi come me, si fa tante domande e vive, a volte, un tumulto interiore per la difficoltà di adattamento alle regole e alle aspettative sociali, che sembrano così inumane e senza spiritualità.

Ti condivido questo brano, che a me piace molto, tratto dal libro Darshana de Malchut di Gian Maria Turi. Spero che sia ispirante anche per te. E se vuoi scrivimi per commentarlo insieme.

Vestìti di cielo

Credo ci sia da mantenere una certa distanza quando ci si avvicina per studiare la tela del Regno, non volendo che questa ci si appiccichi al naso o peggio, nel caso si sia piccole creature, ci invischi per poi soffocarci. Di che morte poi! Abbozzolati nel muco di un nemico, appesi come mummie di prosciutti nella dispensa di compare ragno.

La distanza sufficiente è soggettiva e da quantificare, ma è un po’ come spogliarsi, levarsi quegli stracci appoggiati alle pudende. Quegli insulsi ritagli di tessuto ricuciti insieme per i quali ci saremmo offesi se qualcuno fino a poco prima ce li avesse sporcati, con un po’ di caffè magari o senza volerlo con degli schizzi di sugo, ora sgualciti su una sedia a un passo da noi ci lasciano quasi apatici.

È bene dire quasi, perché certo molto dipende dal valore che si dà alle proprie vesti. Una personalità su cui si è molto investito, pagata con lavoro e fatica, una personalità di prestigio, anche quando è lasciata in guardaroba è cosa delicata, non la si può cincischiare pensando che quando il proprietario torni a prenderla si possa dirgli: “siamo spiacenti, c’è stato un incidente”, oppure: “signore mio, che guaio! ci è caduto del vino, il suo soprabito si è tutto macchiato”. Cose simili non lasciano indifferenti. Qualcuno vorrà indietro i suoi indumenti e li rivorrà come prima. Griderà, picchierà i piedi e le mani, minaccerà di chiamare a giudizio. Farà il diavolo a quattro e proverà a cavarvi gli occhi se non gli ridarete il suo mantello e i suoi privilegi. A certe cose purtroppo ci si abitua.

Sarebbe forse meglio allora circolare ignudi come i monaci cielovestiti d’India? Certo si eviterebbero alcune rogne dovute alle false appartenenze.

Però dismettere gli abiti è rischioso. E anche dare inizio al processo di distanziamento. E si potrebbe fare anche la nota fine della cipolletta, che strato dopo strato e dopo tante lacrime si riduce a un soffritto oppure a niente. Lacrime necessarie, d’altra parte. Il dolore infatti, come la distanza, purifica e acuisce le facoltà di discernimento.
Importanza del discernere, del vedere tra le pieghe delle cose. Con raffinatezza magari sapere cogliere i segreti illustrati in ciò che si mostra, nascosti solamente dagli occhi accostumati a trovarseli di fronte, piccole sfumature, variazioni sul tema che ci ingannano, schemi che nascondono l’abisso – se sai che qui c’è una mano allora ti concediamo tutto il resto (Wittgenstein). O con Julio Cortázar: E i gesti dell’amore, questo dolce museo, questa galleria di figure di fumo. Si consoli la tua vanità: la mano di Marco Antonio cercò ciò che cerca la tua mano e né la tua né quella cercavano qualcosa che non fosse già stato trovato dall’inizio dei tempi. Ma le cose invisibili devono incarnarsi, le idee cadono a terra come colombe morte.

Così qualsiasi vocazione, ogni scelta, tende con il tempo a diventare abitudine e perciò costume. Le strutture si portano dietro i significati che la storia degli uomini gli ha attribuito, e così gli uomini diventano dei ruoli. Forse lo stesso non accade con gli astri dei savi digambara, i monaci gianisti “vestiti di cielo”, che dopo molte lune e tanti soli sapranno ormai per certo quale costellazione indossare stanotte? Così anche la nudità finisce per essere veste.

 

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Agiapal Kaur

Vivere gli uni per gli altri nella Grazia è la mia aspirazione.